Non dimenticate dove state andando

Nella vita di una startup, una delle poche certezze è che non ci sono certezze. Al di là del gioco di parole, è un fatto che la startup è figlia dei suoi tempi e incarna in tutto il concetto di società liquida, cioè quella società nella quale le regole del gioco cambiano prima che le persone abbiano potuto mettere a punto abitudini e soluzione adatte alla situazione contingente.

Giusto una settimana fa, per fare un esempio, riflettevamo con voi dell’importanza di anteporre le risorse umane al progetto, motivando la scelta con la convinzione che se l’idea può essere valida nel momento in cui nasce, nulla garantisce che essa lo sarà ancora quando il contesto, il mercato e la società cambieranno intorno ad essa. In quelle situazioni, consideravamo, un buon team vale più di una buona idea, perché il team saprà adattarsi alle mutate condizioni e restare a galla come e meglio di prima.

Nel frattempo, l’esperienza diretta del team Civico ci ha messo di fronte a una verità opposta e complementare: se da un lato il team rappresenta il fattore di fluidità spesso necessario alla sopravvivenza di un progetto, dall’altra l’idea di base della startup diventa il fattore di continuità fondamentale per non snaturare l’impresa.

Ogni nuovo membro innesta nel gruppo di lavoro competenze, mentalità e prospettive peculiari, ed esse portano con sè nuove ipotesi e ambizioni di sviluppo. Diversi fattori come carisma, ruolo, esperienza e peso economico danno ad ogni componente del gruppo il potere di correggere la rotta dell’impresa nella direzione che sente più propria. L’opportunità che sta dietro l’angolo è un’arma a doppio taglio: come tenere il timone saldo fra tanti stimoli, spesso tutti ugualmente attraenti?

Qui entra in gioco proprio l’idea iniziale. Diviene fondamentale, ad ogni bivio del percorso, riflettere serenamente sugli obiettivi definiti in principio e – pur sapendoli mettere in discussione – tenere ben fermi nella mente i capisaldi del progetto. I modelli di business, le priorità nel piano di sviluppo, il target di mercato e tutte quelle belle definizioni che in prima battuta potevano sembrare gergo da markettari diventano, man mano che ci si allontana dal porto, il piano di navigazione a cui far riferimento per controllare di stare ancora svolgendo lo stesso viaggio per cui si era partiti.

Contrariamente alla settimana scorsa, quindi – ma la contraddizione, se ci avete seguiti con attenzione, è solo apparente – il consiglio di oggi è: se avete una startup, scrivete gli obiettivi in maiuscolo su un foglio e appendeteli bene in vista nel vostro ufficio. Ogni volta che dovete considerare un’opportunità nuova rileggeteli e chiedetevi se quello che state immaginando va ancora nella direzione di quegli obiettivi. Se la risposta è no, non allarmatevi: perlomeno ve ne siete accorti. Semplicemente, convocate una riunione del team di lavoro e avvisate a casa che quella sera non tornerete per cena.

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Un 2013 di uomini e idee

Qui in Civico, coerentemente con lo spirito di inizio d’anno, i primi mesi del 2013 saranno all’insegna della concretizzazione: finanziamenti, costituzione societaria, implementazione di nuove features, selezione e assunzione di nuovi elementi nel team.

In prospettiva, e come promemoria per noi stessi, vi sottoponiamo una considerazione: l’ingresso nel team di nuovi membri è senza dubbio uno dei momento più decisivi per la crescita di una startup .

Nell’evoluzione di un’impresa il team è un fattore spesso sottovalutato, perché gli iniziatori di un progetto sono portati, per ovvie ragioni affettive, a vedere nell’idea iniziale la forza e la ragione d’essere della startup.

Come insegnano centinaia di case study, però, l’idea, per quanto buona, può non bastare a garantire il successo di un’impresa. Capita che l’idea iniziale vada adattata alle circostanze, rivista, modificata e talvolta persino stravolta. Cambiamenti nel mercato, nella legislazione, nuovi competitor e fluttuazioni dei costumi possono richiedere una visione abbastanza distaccata dell’idea da metterla in discussione dalle fondamenta pur di rispondere alle mutate condizioni.

In questo contesto, quindi, avere una buona idea non basta, e tanto meno ci si può permettere il lusso di restare ancorati ad essa. A questo servono le persone: un buon team, in quanto fatto di competenze e intelligenze, può recepire nuovi dati di analisi, consigli di investitori e feedback degli utenti e basarsi su di essi per migliorare l’idea e aggiustarne la rotta verso il successo.

Non è una caso quindi se ai finanziatori i curricula dei membri del progetto interessano quanto l’idea, e ancor più sono attenti a cogliere il feeling che hanno durante l’incontro con gli aspiranti imprenditori. Perché a conti fatti, si investe sulle persone più che sulle idee.

Il proposito per il 2013 e il consiglio che lasciamo a chi vuole intraprendere il cammino della startup, come noi, è quindi di pensare un po’ meno all’idea e concentrarci sulla formazione e gestione del team di lavoro.

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Quando si diventa imprenditori?

Nelle settimane scorse l’attenzione di molti, compresa la nostra, era catalizzata dal Decreto Sviluppo, e abbiamo ritenuto importante dedicare l’appuntamento settimanale nel nostro blog all’argomento.

Oggi, in questa pausa fra le festività, ci concediamo di tornare su una riflessione sorta qualche tempo fa in seno al progetto Civico, meno urgente ma interessante.

Qualche settimana fa, l’osservazione – peraltro lusinghiera – del nostro referente presso un incubatore d’impresa ci ha spinto a porci una domanda cruciale, che probabilmente aleggia nella mente di molti giovani startupper: quando si diventa imprenditori?

Dopo un anno intenso di progettazione e avviamento del progetto, un’idea ce la siamo fatta. L’impresa, lo dice la parola stessa, è prima di tutto un moto dell’animo o, se vogliamo tenerci al sicuro da eccessi di sentimentalismo, quantomeno un atteggiamento mentale. L’impresa è ciò che la parola suggerisce: un impegno, una sfida, un cimento. Solo successivamente intervengono i mille fattori, di difficile reperimento e delicato dosaggio, che costituiranno l’ossatura concreta della nostra azienda, dalla formazione del team di lavoro fino alle più minute decisioni amministrative.

Ma prima di tutto ciò, l’impresa rimane uno slancio del pensiero: essa non nasce con l’idea innovativa, che pure ne è alla base. Nasce nel momento in cui nella mente di qualcuno quell’idea diviene una possibilità. Più o meno probabile, ma comunque possibile. Da questo switch mentale si dipanano i fili che costituiranno la trama dell’azienda nascitura. Le molte decisioni manageriali che faranno nascere l’impresa sono la risposta delle persone coinvolte alla domanda “cosa devo fare per realizzare questa possibilità?“.

Quando la nostra idea, che fino a ieri, al sicuro fra le pareti di casa, trovavamo interessante, innovativa, divertente ci appare invece come una reale possibilità, smettiamo di indulgere nel compiacimento della nostra idea astratta per affrontare i ragionamenti meno affascinanti ma necessari legati alla sua realizzazione, siamo diventati imprenditori.

Consapevoli o meno, abbiamo raccolto una sfida, accettando di lanciare la nostra idea fuori della porta, per vedere come l’accoglierà il mondo. Quel che viene dopo, è già la storia di un’impresa.

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Un decreto per lo sviluppo

Pochi giorni fa, il Decreto Sviluppo ha finalmente incassato il via libera della Camera, nella stessa forma in cui era stato approvato dal Senato il 6 dicembre scorso. Con qualche riserva del PDL, e qualche freddezza del PD, il governo ha ottenuto la fiducia su quella che dovrebbe essere l’operazione principale della “fase 2″ del governo Monti.

Senza addentrarci in questioni politiche, ci preme sottolineare se non gli effetti – che saranno vari e influenzati da molti fattori – almeno l’intento del decreto, specialmente per la parte che ci riguarda più da vicino.

Una delle sezioni di cui il Ministro Passera si è detto più orgoglioso è infatti quella dedicata alle startup, che è anche la più consistente del Decreto: le nuove imprese innovative ricevono finalmente uan definizione più chiara, così come si inizia finalmente a parlare di incubatori.

Per essere considerate startup innovative, le spese in ricerca e sviluppo dovranno equivalere ad almeno il 20% del valore maggiore tra costo e valore totale della produzione. Si specificano anche le spese definibili come «ricerca e sviluppo»: lo sviluppo precompetitivo e competitivo, come la sperimentazione, la prototipazione e lo sviluppo del business pian, le spese per i servizi di incubazione forniti da incubatori certificati, il costo lordo del personale interno e consulenti esterni impiegati in ricerca e sviluppo, compresi soci ed amministratori, le spese legali per registrare e proteggere proprietà intellettuali, termini e licenze d’uso.

Questi, molto sinteticamente, i principali interventi per il mondo degli startupper: per le nuove realtà imprenditoriali saranno disponibili circa 200 milioni di euro, in forma di incentivi e fondi per investimento. Si potranno pagare i dipendenti in azioni e sono previste apposite disposizioni contrattuali volte ad aumentare la flessibilità. I contratti a tempo determinato potranno durare da un minimo di 6 mesi a un massimo di 36.

Chi investe in startup avrà agevolazioni fiscali, e finalmente trova definizione e inquadramento anche in Italia crowdfunding. L’internazionalizzazione delle imprese sarà affidata e incentivata dal Desk Italia. Si attiverà anche uno sportello per incoraggiare gli investimenti sul made in Italy. Ancora, le startup che falliscono non saranno più strozzate dalla burocrazia italiana sul fallimento.
Le startup innovative godranno di accesso preferenziale al credito di imposta per le nuove assunzioni di profili altamente qualificati, già varato nel primo decreto sviluppo. Saranno esentate dall’obbligo della certificazione da parte di un revisore dei conti o di un professionista iscritto al registro dei revisori contabili.
Ogni anno, il primo marzo, il ministero dello Sviluppo presenterà una relazione sulla situazione delle startup e sui loro effetti sulla crescita e l’occupazione del paese.

Più che nel merito dei singoli interventi, che abbiamo in fondo accennato brevemente, risulta evidente per lo meno l’intenzione per una volta chiara di dare corpo e identità al mondo delle startup. Dal semplice riconoscimento dell’esistenza del settore, sia delle startup che degli incubatori, alle varie agevolazioni, se non altro le startup escono da quella zona un po’ grigia in cui erano rimaste a livello legislativo. Forse la crisi ha accelerato il processo di riconoscimento del valore delle giovani imprese, che sono la vera leva per sollevare il paese.

Comunque sia, aspettiamo di leggere con attenzione il Decreto e prenderne in analisi concretamente i vari aspetti, dopodiché potremo fare le nostre riflessioni più dettagliatamente, anche su questo blog.

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Chi ha bisogno del cloud?

La domanda è volutamente provocatoria: in realtà quello di cui vogliamo parlare oggi è proprio dell’utilità del cloud per chi lavora.

Non è raro che tra le perplessità che incontriamo più spesso in chi sta pensando di provare una soluzione web professionale come Civico ci sia quella della sicurezza dei dati. Molti, specialmente chi ha meno confidenza con l’informatica, ha qualche timore a consegnare i propri dati a un soggetto esterno. La paura, anche comprensibile, è di perdere il controllo dei propri archivi, e dipendere da qualcun altro per la riservatezza e sicurezza del proprio lavoro.

È un timore, come dicevamo, comprensibile, ma poco fondato. Per diverse ragioni.

Anzitutto, è bene precisare che i dati che inseriamo in un database altrui non sono leggibili, di norma, a chi mantiene il database. I sistemi di crittatura, che rendono i dati illeggibili a chiunque non sia un utente autorizzato, valgono anche per gli amministratori del sistema: chi fa funzionare, per esempio, la banca dati di Civico, è in grado di sapere se un utente si collega, o se ha inserito dati, ma non può in nessun modo leggere i dati inseriti, che rimangono di totale competenza – e proprietà – dell’utente che li ha caricati.

Anche per quanto riguarda le possibili intrusioni, inoltre, i dati che consegniamo a un database online sono ampiamente protetti: l’intera struttura tecnica di un’azienda specializzata è impegnata a garantire la sicurezza dei propri archivi, con dei livelli di protezione sicuramente più alti di quelli che potremmo garantire in proprio, nel nostro studio.

Secondariamente, il fatto di non avere fisicamente accanto a sé il supporto in cui i dati sono contenuti (l’hard disk del proprio pc, una chiavetta usb o altro) genera una sensazione di precarietà, in chi non è abituato ai nuovi e sempre più diffusi servizi web, che fa temere che i dati siano in qualche modo “sospesi” in una condizione meno concreta, e quindi meno sicura.

In realtà quello che accade a dei dati in cloud è che vengono memorizzati su un server, un computerone molto potente gestito da professionisti informatici e controllato 24 ore al giorno per prevenire guasti o sospensioni del servizio. Inoltre, se chi lo amministra è un professionista, un server è in genere protetto da diversi livelli di backup, cioè di copia di sicurezza, che vengono salvati a intervalli regolari permettendo in qualunque caso il ripristino dei dati dopo un guasto o un errore umano degli utenti.

Raramente, nella nostra esperienza, abbiamo visto uno studio di amministrazione condominiale gestire la sicurezza e riservatezza informatica allo stesso livello di quelle garantite da un servizio in cloud.

Si tratta, per lo più, di scrupoli di natura culturale, dovuto alla difficoltà di lasciarsi alle spalle l’era appena passata dell’informatica ed entrare nella nuova stagione della tecnologia, sempre più orientata a cloud e ai servizi accessibili online. Una volta superate le diffidenze naturali, la migrazione di sempre più professionisti sul cloud permetterà nuovi livelli di affidabilità e sicurezza, innalzando gli standard di qualità e professionalità di un settore che, dopo anni di tentennamento, si affaccia finalmente sull’innovazione.

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Con le vostre gambe

Esplorando il tessuto economico e sociale su cui crescerà la nostra impresa, abbiamo scoperto una distinzione importante fra i tipi di nuove imprese.

Sotto la definizione di giovane impresa rientrano in realtà due tipologie di progetti: le startup giovani punto e basta, cioè costituite da laureandi o neolaureati, in genere ampiamente sotto i trenta, con una buona idea (e talvolta poco più), e le startup di giovani adulti, formate da trentenni o più, laureati da un po’, che lavorano e magari stanno anche formando una famiglia.

La distinzione non è oziosa: se i ragazzi appena usciti dall’università con un’idea innovativa si aspettano di cercare finanziamenti per analizzare l’idea a fondo, sviluppare un prototipo e nel giro di un paio d’anni creare un’azienda, dall’altro un team di over 30, già professionalmente avviati, tende a portare il proprio progetto a uno stadio di sviluppo più avanzato, persino pronto per il mercato, prima di incontrare i business angel, forse in virtù di un approccio più concreto, frutto della propria esperienza. Il fatto è culturale e sociologico: a trent’anni la voglia di giocare è stata sostituita dalla voglia di far sul serio, di trasformare i giochi in vita reale.

Senza addentrarci in una riflessione psicologica, c’è un’implicazione concreta che vogliamo condividere con voi.

Se avete trent’anni e una startup, non limitate la vostra ricerca ad incubatori o acceleratori d’impresa. Gli incubatori – ottime e meritorie istituzioni – fanno spesso del giovanilismo una filosofia. Ma non è detto che i tempi di incubazione consueti siano quelli di cui ha bisogno la vostra startup, e di cui avete bisogno voi, che nel frattempo vi dividete fra la startup e la vostra professione attuale e magari vi occupate di una famiglia.

Ovviamente parlerete con tutti, fiduciosamente. E sarebbe sbagliato non farlo. Considerate ogni strada per il vostro progetto. Ma non smettete di cercare dopo esservi iscritti a un programma di incubazione. Se non siete più dei ragazzini, fatevi forti dell’esperienza che vi distingue dalle startup più giovani e incontrate personalmente potenziali partner, imprenditori esperti, banche e chiunque vi venga in mente.

Non si può mai sapere in anticipo quale sarà il colloquio che vi porterà al successo, quindi aumentate le probabilità e siate imprenditori di voi stessi e del vostro progetto fin da subito.

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La Riforma del condominio è legge: pronti per il sito web condominiale?

Ne abbiamo parlato più volte nelle scorse settimane, e due giorni fa, senza modifiche, è stata approvata la Riforma del condominio. Come dicevamo, un punto fra i molti interventi cambierà radicalmente le cose nel settore dell’amministrazione condominiale. L’art. 71 bis delle disposizioni attuative del Codice Civile impone l’obbligo per l’amministratore, quando l’assemblea ne faccia richiesta, di attivare un sito web ad accesso individuale con password in cui ogni condomino possa consultare e scaricare copia digitale dei rendiconti e di altri documenti che l’assemblea ritenga necessari. Il tutto, con cadenza almeno mensile.

Chi ci segue, ha già letto le nostre considerazioni a riguardo. In breve, questo semplice articolo rivoluzionerà il modo di lavorare degli amministratori di condominio, per due motivi: da un lato, la presunta facoltatività del sito web, che l’assemblea può richiedere se lo ritiene necessario, potrebbe trasformarsi in obbligo a causa della diffidenza fisiologica che mina spesso i rapporti con gli amministratori; dall’altro il meccanismo stesso di creazione e pubblicazione online della rendicontazione, che può diventare davvero oneroso se non automatizzato, inciderà sensibilmente sul carico di lavoro degli amministratori.

Si renderà evidente, nei prossimi mesi, che la soluzione più intelligente – e non escludiamo che fosse negli intenti del legislatore – sarà cambiare radicalmente il proprio modo di lavorare. Trasferire in cloud i propri dati, operando su database gestionali online, permetterà di avere la documentazione da pubblicare già pronta per essere pubblicata, e alle nuove incombenze l’amministratore che usa un software web potrà assolvere semplicemente con pochi clic, programmando la pubblicazione documentale che poi avviene in automatico.

Per fortuna, la Riforma entrerà in vigore dopo sei mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Questo darà ai professionisti il tempo per valutare le migliori soluzioni da adottare. Siamo certi che, nel frattempo, un’applicazione web come Civico si rivelerà la soluzione migliore per migliaia di amministratori condominiali.

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Sintetici e naturali

Per il team di una startup, arriva sempre il momento di esporre il proprio progetto ad altre persone. In genere, questo significa mettere mano a Powerpoint (o Impress, per i più attenti) e preparare una presentazione a slide.

Da qualche tempo, anche in Italia, si è diffuso il format della presentazione in cinque minuti. Sembra, dicono gli esperti, che questa durata corrisponda all’attenzione che gli ascoltatori sono in grado di concedere prima di distrarsi, annoiarsi o addormentarsi.

Sulle prime, costringere il proprio progetto ad entrare in una presentazione di cinque miseri minuti pare un compito arduo: vi abbiamo dedicato tante ore, tante discussioni, che non riusciamo a rinunciare a questo o quel dettaglio. Tutto pare indispensabile, per mostrare la bontà della nostra idea.

Mano a mano che la presentazione si affina, però, ci si rende conto che il format dei 300 secondi ha un grande pregio: è un banco di prova per la nostra idea. Se il nostro progetto è davvero innovativo e può funzionare, cinque minuti sono più che sufficienti per spiegare perché. E riuscirci è un’occasione preziosa, per noi, per riportare il focus sui cardini del progetto.

Inoltre, la brevità impone preparazione. Spiegare in cinque minuti un’intera startup richiede di conoscere a menadito tutti gli aspetti che andremo ad esporre. «Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna», diceva Einstein. Certo, le persone a cui andiamo in genere a spiegare il nostro progetto ne capiscono in genere di più della proverbiale nonna, ma è sicuro che una spiegazione lineare, semplice e comprensibile è un ottimo biglietto da visita per qualunque progetto.

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Forni e pizze

Avere una startup è al 50% lavoro e al 50% socialità: non si avvia una nuova impresa senza incontrare un sacco di persone nuove.

In queste settimane, per esempio, il team Civico ha fatto la conoscenza di due importanti organizzazioni dedite all’incubazione d’impresa.

Giorni fa siamo stati alla Fornace dell’innovazione, l’incubatore con sede ad Asolo, dove abbiamo presentato il nostro progetto e raccolto consigli utili su come procedere nel nostro cammino verso il mercato. In più, abbiamo avuto modo di valutare i servizi di incubazione forniti dalla Fornace e stiamo considerando le opportunità di formazione e tutoraggio che l’organizzazione offre alle startup che entrano nel circuito.

Ieri sera, invece, eravamo a Ca’ Tron, a Roncade, al periodico appuntamento con Storming Pizza di H-Farm, il venture incubator che in sei anni di attività ha già raggiunto risultati entusiasmanti affermandosi in ambito internazionale. Storming Pizza è un’iniziativa di H-Farm per incontrare i giovani con idee imprenditoriali innovative e dare loro la possibilità di presentarle al pubblico, tra il quale figurano, oltre ai membri di altre startup, anche partner investitori di H-Farm, membri del Comitato Investimenti.

Per questa volta abbiamo partecipato come uditori, ma stiamo già pensando di candidarci per presentare Civico anche in quel contesto così stimolante. Vi terremo aggiornati.

 

Il team Civico

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La riforma, verso trasparenza e partecipazione

Sono settimane impegnative in Civico. La riforma del condominio che si profila all’orizzonte ha dato il via a un ampio lavoro di analisi sul progetto e aperto nuovi interrogativi, sia all’interno del team che con terze parti che con le nuove regole entrerebbero in campo.

Questa riforma, infatti, promette di cambiare radicalmente gli scenari del settore dell’amministrazione condominiale, non solo per noi addetti ai lavori, che ci troviamo di fronte a nuovi servizi da fornire e nuove prospettive di mercato, ma anche e soprattutto per i professionisti, ai quali serviranno strumenti di lavoro al passo coi tempi, ma anche una nuova prospettiva professionale. Per non dire una nuova etica del lavoro.

Se da una parte l’obbligo di realizzare un sito web condominiale è motivato dall’intenzione di alzare lo standard di trasparenza sul lavoro dell’amministratore, dall’altro le modalità di richiesta e fruizione del servizio implicano l’ingresso di un nuovo interlocutore nel contesto: il condomino. Attraverso l’assemblea, è il condomino a chiedere all’amministratore il portale web del condominio, assumendosene anche l’onere economico.

Per quanto la scelta finale dello strumento da utilizzare rimarrà probabilmente in capo all’amministratore, è indubbio che chi ha diritto di chiedere l’erogazione di una prestazione ha anche tutto l’interesse a seguirne e valutarne l’esito, facendo pesare il suo parere.

Insomma, questa riforma obbligherà molti a riscoprire il condomino, ben più che come semplice pagante un servizio, ma come soggetto attivo e partecipativo nella vita del condominio, e finalmente in possesso di strumenti trasparenti e moderni di controllo dell’operato dell’amministratore.

Una prospettiva che sulle prime può preoccupare, se non spaventare, il professionista. Ma a ben guardare, superate le prime fasi di scelta e messa a regime di questi nuovi servizi, la riforma darà un vantaggio importante a tutti quegli operatori che lavorano con competenza e professionalità, e che avranno l’occasione di semplificare i rapporti con i propri clienti e dar maggiore risalto alla qualità del proprio lavoro.

Siamo ottimisti, in questo senso, che la riforma possa essere non solo il traino di una stagione di innovazione tecnologica, quanto mai necessaria, del settore, ma anche di arricchimento dei rapporti professionali e umani tra amministratori e condòmini.

Il team Civico

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