Quel che ci piace di più dell’avere una startup è il ruolo predominante che l’immaginazione ha nel lavoro di ogni giorno di un’azienda appena nata o che sta per nascere. La fantasia, per gli startuppari ma anche per le aziende avviate, è un’autentica materia prima da trasformare, affinare e impacchettare in un prodotto finito.
Le discussioni fra imprenditori e aspiranti tali assomigliano alle concertazioni che facevamo da bambini per inventare un nuovo gioco: “Facciamo che tu eri il pirata…”.
Ogni nuovo servizio, ogni collaborazione produttiva inizia così, davanti a un caffè o allo stand di una fiera: “E se noi vi fornissimo…”.
Certo, il lavoro e i colloqui che portano da un’idea a una reale progettualità e poi alla realizzazione sono lunghi e ben più faticosi della costruzione di un fortino di scatoloni a cui dare l’assalto, ma il meccanismo è lo stesso. Si immagina una realtà che ancora non c’è, se ne confrontano le visioni e se l’idea pare meritevole si passa all’analisi e alla concretizzazione.
Diverso il contesto, uguale il piacere dell’invenzione e il desiderio di creare qualcosa di nuovo.
Uno degli effetti più utili e più intensi di questo atteggiamento è che è quasi impossibile tornare da una fiera senza che dalle decine di chiacchierate con competitor e addetti ai lavori senza che un nuovo modello di business.
Ogni azienda porta con sé una cultura d’impresa, un’offerta di valore e delle aspettative per il mercato a cui mira, e quando si fanno collidere tante esperienze in un ambiente ristretto come quello di una fiera è quasi automatico finire per vedere il proprio prodotto sotto una luce diversa. Si torna a casa con una gran voglia di esporre ai propri collaboratori un nuovo modo di vendere il nostro prodotto a cui, prima, nessuno aveva pensato.
Ma ogni business model è come una nuova impresa dentro l’impresa: possono nascere progetti ad hoc, svilupparsi nuovi rami di sviluppo, possono persino nascere nuove aree funzionali nell’organizzazione. Un movimento tellurico da cui l’impresa, e ancor più la startup, per la sua struttura malleabile, può uscire rimodellata se non rivoluzionata.
È fondamentale quindi guardare al proprio progetto come un work in progress, concepirlo non come un prodotto finito ma come un piano di viaggio da ridefinire mano a mano che il territorio cambia intorno a noi e ci si orienta di nuovo. Le possibilità in gioco sono troppe per rischiare di perdere anche solo un’idea per strada.
Possiamo chiamarlo possibilismo, o se siamo più maliziosi opportunismo, ma il cuore dell’economia di un paese è anche nella capacità degli imprenditori di intravedere le idee e metterle sul banco di lavoro prima che sfumino.
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Il Team Civico.

